Intervista a Silvia Rama, Di-Vinum Marketing e Comunicazione

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Photocredit: @beatricemancini
Silvia Rama è laureata in Economia e Commercio. Dopo 10 anni nel Marketing, Comunicazione e Pubbliche Relazioni per grandi realtà multinazionali, nel 2010 fonda Di-Vinum, agenzia dedicata alla promozione, marketing e comunicazione per l’Agroalimentare, il Vino e il Turismo. Nel 2011 frequenta l’Ecole du Vin de Bordeaux.

È Sommelier e dal 2019 fa parte delle Donne del Vino oltre ad essere degustatore di olio iscritta all’Albo della Regione Veneto. In Di-Vinum si occupa di strategia, formazione aziendale, marketing e comunicazione, copy writing, progettazione e bandi OCM/PSR. Di-Vinum nel 2020 è stata premiata al Best of Wine Tourism, concorso delle Great Wine Capitals, di cui Verona fa parte con la relativa Camera di Commercio, per i servizi per l’enoturismo.

Il vino italiano è ormai divenuto il biglietto da visita del Made in Italy nel mondo, come vengono visti gli imprenditori italiani del vino all’estero?

I produttori di vino italiano sono visti come gente coraggiosa e seria nel mondo. La qualità del vino italiano negli ultimi anni si è molto alzata. In particolare le piccole medie realtà sono sempre più impegnate nell’offrire sul mercato vini di territorio, sostenibili e originali. l'Italia ha il patrimonio ampelografico più ampio del mondo e su questa diversità, a mio parere, dovrebbe puntare. Ci sono regioni molto affermate che sono già meta di flussi enoturistici e oggetto di domanda crescente di vini. Ma ci sono anche regioni meno conosciute, in cui si trovano vigneti piccoli, magari in zone impervie che danno uve di altissimo livello e vini eccellenti, tutti da scoprire. Secondo me su questo bisognerebbe puntare. Sul fatto che siamo un paese meraviglioso, con una cultura enogastronomica davvero infinita, fatta di storicità, di tecnica, di tradizione e anche di emozione.

Cosa consiglierebbe ad un giovane che volesse oggi confrontarsi con il mondo del vino?

Gli consiglierei di studiare, di viaggiare, per quanto possibile. E soprattutto di assaggiare. Questo è veramente un mercato che necessita di esperienza. Poi direi che bisogna innegabilmente parlare almeno un paio di lingue. Io se tornassi indietro studierei ad esempio il cinese o l’arabo. Un giovane che desidera entrare in questo mercato con qualche arma in più rispetto ai concorrenti potrebbe cimentarsi in queste due lingue. Poi ci vuole passione. Il vino è soprattutto passione. Il mercato del vino è veramente saturo, sensibile alle mode, molto competitivo. Con le vendite on line ha necessità di formazione e di comunicazione. E anche in Italia, un paese scettico nei confronti delle vendite digitali, questo canale lo scorso anno ha dato buoni risultati. C’è ancora molto da fare, specie per le nuove generazioni che sono molto più “digital” delle precedenti.

Si dice che le crisi, in questo caso quella economica, nascondono sempre delle opportunità di cambiamento. Intravede qualche opportunità da cogliere nell'attuale contesto post-pandemico?

Non è una domanda semplice. Partirei dal fatto che sono cambiati gli stili di consumo. Io vedo delle ottime opportunità per coloro che offrono al mercato vini di ricerca. Mi spiego meglio. Le persone vivono di informazioni, tramite il loro smartphone possono accedere a tantissimi dati, tantissime news. Anche le piccole realtà possono dialogare direttamente con il loro consumatore ideale. Con una analisi attenta delle caratteristiche dei propri vini e dei punti di forza ci si può presentare in maniera puntuale differenziandosi dalla concorrenza. Poi l’accoglienza è un'altra leva molto importante. Abbiamo vissuto mesi molto difficili, in cui le relazioni sono diventate meno frequenti. C’è quindi un grande bisogno di riprendere in mano questo aspetto della nostra vita. Chi produce vino ha un mondo da condividere, fatto di tradizioni, di convivialità e di storia. Io incentiverei le visite e le degustazioni, studiando experience mirate e magari contaminate anche da altri aspetti delle arti umane come la musica, la cucina, l’arte. Noi come agenzia ad esempio ci impegniamo nella formazione alle cantine proprio per poter dare loro degli strumenti per centrare la propria comunicazione. L’accoglienza sappiamo può essere strumento di marketing, di comunicazione e anche di vendita.

Che ruolo ha l’enoturismo nello sviluppo dell’export di vino Italiano?

Un ruolo veramente centrale. Siamo il paese più bello del mondo e uno dei motivi per cui l’Italia viene così tanto visitata è proprio il nostro vino, il nostro cibo, il bel vivere Italiano. Noi collaboriamo oramai da più di due anni con una rete di imprese del Pontente Ligure, un territorio veramente meraviglioso, fatto di viticoltori eroici e di una offerta turistica di livello. Con loro abbiamo percorso tutte le strade dell’enoturismo, dalla fase strategica, alla formazione fino ad arrivare alle attività operative. Abbiamo visto che ispirando i potenziali consumatori e collaborando con autorevoli voci del mondo giornalistico e dei Social Media (wine influencer e travel influencer), non appena c’è stata la possibilità, le persone hanno scelto di scoprire questo nuovo territorio. In questi ultimi due anni l’Italia ha visto un turismo di prossimità, più che di lunga percorrenza e anche gli Italiani hanno riscoperto la loro patria. Questo è un aspetto molto importante e anche una grossa opportunità per gli anni a venire.

Tornando al vino, quali sono i suoi vini preferiti?

Mi piacciono i vini che hanno un’anima. Preferisco i vini più esili, rispetto ai vini più strutturati, ma questo è un gusto personale. Con il mio lavoro scopro tutti i giorni produttori coraggiosi che fanno vini in altura, che riscoprono vitigni dimenticati, che si impegnano a fare la vigna senza l’uso di chimica, con tecniche agronomiche da un lato innovative e magari dall’altro tradizionali. Personalmente bevo più volentieri vini biologici, biodinamici e sostenibili. Anche per premiare le fatiche che stanno alla base di queste scelte. Il mio vitigno del cuore è il Pinot Nero, che seppur di origini francesi, produce vini meravigliosi anche in Italia, ad esempio in Alto Adige o in Oltrepò Pavese, sia fermo che mosso. Ho riscoperto molto i rosati, attraverso un piccolo viticoltore del centro Italia, che produce un rosato naturale veramente meraviglioso. Il mondo del vino è così, è sempre in grado di stupire e questo è uno degli aspetti che mi ci ha fatto innamorare anni fa.

Perché ha scelto di dedicare la sua azienda proprio al mondo del vino?

Quindici anni fa ero contenta del mio lavoro ma non avevo più grande passione. Io sono di famiglia contadina, i miei nonni avevano una piccola azienda agricola che faceva vino e olio sui colli della DOC Bardolino. Ricordo ancora il momento della vendemmia, in cui tutti noi della famiglia eravamo impegnati e chiamati a rapporto. Mia nonna gestiva tutto, con grande coraggio e fermezza. Ho pensato che l’Italia ha tre punti di forza: Cibo, Vino e Turismo. Siamo un paese meraviglioso e un popolo che è dedito all’accoglienza da secoli. Fa parte del nostro DNA. Quindi ho pensato che mettere a disposizione dell’agroalimentare e del turismo quanto studiato ed imparato poteva dare dei buoni risultati. E dopo più di dieci anni sono ancora qua, più convinta di prima. Non esiste un luogo al mondo più ricco e più vasto. A volte rifletto a cosa mancherebbe nel mondo se cancellassimo l’Italia e mi rendo conto che c’è veramente molto da fare e molto di cui parlare

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