Agroalimentare: bilancio positivo e capacità di fare sistema


Agli Stati Generali Mondo Lavoro Agrifood sono stati evidenziate le ottime prospettive del sistema agroalimentare italiano, anche grazie a una “straordinaria spinta da parte di oltre 55.000 nuove aziende guidate da under 35” dice Fabiano Porcu, direttore Coldiretti Cuneo, “nelle quali è insita l’innovazione”.

A emergere anche la capacità del settore di fare sistema, nel rispetto delle differenze e delle tipicità che sono l’eccellenza del nostro Paese. Altrettanto chiare e condivise le criticità: costo del lavoro, burocrazia per l’impiego e assenza di manodopera. Non ultima area di rischio, la tendenza comunitaria all’omologazione, direzione opposta rispetto alle tipicità che fanno del nostro agroalimentare un’eccellenza mondiale. L’auspicio comune è quello di ottenere, nell’ambito della distribuzione dei fondi previsti dall’Europa e dal PNRR, la giusta attenzione al settore, soprattutto nella direzione della sostenibilità (agricoltura 4.0) e della digitalizzazione.

Le parole di Lucio Fumagalli, presidente INSOR Istituto Nazionale di Sociologia Rurale: «Forse per qualcuno è inatteso, ma lo scenario dell’agroalimentare italiano è molto positivo: i fondamentali sono robusti, pur nella vasta articolazione di modelli, competenze e specializzazioni che costituiscono la nostra ricchezza. Qui l’Italia sa fare sistema: dalla cultura del seme fino agli aspetti distributivi o di packaging, il settore dimostra la capacità di interconnettere le filiere in modo straordinario». Fumagalli mette l’accento anche sul contributo dei giovani imprenditori alla “demarginalizzazione” culturale dell’agroalimentare: attraverso le competenze apprese negli studi e applicate nell’attività aziendale hanno dato nuova dignità a un settore che da contadino è diventato a pieno diritto imprenditoriale. «L’agroalimentare è un ambito molto complesso perché estremamente multifunzionale – prosegue il presidente –. Ma offre una ricchezza di contenuti, sia a livello individuale sia di sistema, che sa attirare i giovani. Attenzione a non sgretolarne l’ambizione e a non rendere più difficile del necessario un mondo che è già faticoso di suo, con tentativi di linearizzazione delle capacità e delle personalità. Il mercato mondiale non vuole standardizzazione e la crescita dell’export vitivinicolo lo dimostra: +7% a volume, +15% a valore di fatturato».

Il settore agroalimentare ha continuato a lavorare durante i vari lockdown consentendo l’approvvigionamento, mantenendo i livelli occupazionali e utilizzando molto poco gli ammortizzatori sociali.

Ma è comunque nel lavoro il nodo da superare, afferma Luca Brondelli, membro della giunta esecutiva di Confagricoltura. «Il costo del lavoro è troppo alto in termini economici e di fatica burocratica. I centri per l’impiego non funzionano, le regole sono sempre più complesse e macchinose, la stessa legge sul caporalato prevede sanzioni pesanti alla minima svista. Inoltre, la pandemia ha ridotto l’accesso di lavoratori stranieri e il reddito di cittadinanza ha tagliato le gambe all’offerta di manodopera italiana».

Fabiano Porcu, direttore Coldiretti Cuneo, aggiunge il ruolo importante delle normative comunitarie. «L’omologazione è il vero nemico delle nostre eccellenze che trovano origine proprio nelle tipicità. In rapporto alla Francia siamo a 1.500 tipologie di nostri vini contro 150 delle loro. Dobbiamo lavorare per la sostenibilità delle nostre eccellenze. Ma occorre anche un po’ di reciprocità. Se la produzione agroalimentare in Italia è sottoposta a regole stringenti, come è giusto che sia, così deve essere anche negli altri Paesi dell’Unione Europea. Altrimenti avremo tanti altri casi Prosek. –L'italian sounding, sostiene infatti Porcu, è uno dei problemi –. Il nostro export vale 52 miliardi di euro a fronte di 100 miliardi in prodotti che sembrano/suonano italiani ma non lo sono».

A chiudere la mattinata Giuliana Cirio, direttrice di Confindustria Cuneo, che ha motivato l’ospitalità di Alba con la sua nomina a Capitale della cultura di impresa per l’anno 2021. «Abbiamo voluto creare un contesto culturale nel quale le aziende possano crescere, in una piccola cittadina circondata da una miriade di paesini legati tra loro nelle tante dimensioni dell’agroalimentare lungo tutta la sua filiera. L’attenzione alle materie prime si lega qui all’attenzione al capitale umano, come è nella scuola Ferrero. La produzione industriale a Cuneo cresce a due cifre e la disoccupazione è al 4%. Questa è la nostra capacità di reagire alla pandemia e protagonista ne è l’Agrifood. Il Piemonte deve tenere conto nelle sue scelte future, specie in un momento in cui l’automotive vive qualche incertezza».

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